Da diversi mesi la mia famiglia sta affrontando una prova molto difficile, legata alla malattia di uno di noi, che richiede cure altamente specialistiche.
Come professionista di public affairs nel settore della salute, una riflessione mi viene spontanea: quanto siamo fortunati in Italia ad avere un sistema sanitario pubblico?
Senza entrare nel merito personale, vorrei rendere tangibile ciò che il nostro sistema sanitario è in grado di garantire:
- Un’ambulanza medicalizzata.
- Un trasporto in elicottero.
- L’accesso al pronto soccorso, con esami come la TAC.
- Un intervento chirurgico d’urgenza, in un sabato notte, con tutto ciò che questo comporta: chirurghi, anestesisti, infermieri, sala operatoria.
- Un mese di rianimazione, con monitoraggio h24, tecnologie avanzate, farmaci salvavita e personale altamente specializzato. Tra questi, anche gli oppioidi, spesso al centro del dibattito, ma indispensabili per alleviare il dolore più acuto.
- Un’assistenza continua, fatta anche di presenza umana: professionisti capaci non solo di curare, ma di spiegare, accompagnare e rispondere, anche alle domande più semplici di chi, come me, non ha una formazione clinica.
- Un reparto altamente specializzato che prosegue le cure, con ulteriori interventi, dispositivi medici e tecnologie diagnostiche.
E poi c’è la riabilitazione, fatta di fisioterapia, logopedia, supporto psicologico e molto altro. Quella parte del percorso che troppo spesso resta invisibile, ma che è essenziale.
Perché l’obiettivo non è solo salvare una vita, ma garantire la migliore qualità di vita possibile. Per dignità. Per equità. Per permettere a ogni persona di essere parte della società.
Da caregiver, la domanda diventa inevitabile: quanto costerebbe tutto questo, se non fosse garantito? Se ogni passaggio dipendesse dalla possibilità di pagarlo?
È in momenti come questi che il valore del sistema sanitario pubblico smette di essere teorico e diventa profondamente concreto. Ed è proprio questo il punto: i nostri sistemi sanitari non sono semplicemente servizi, ma una parte essenziale dell’infrastruttura sociale europea.
Quasi vent’anni fa, nel 2006, i leader europei lo avevano riconosciuto con chiarezza, fissando nelle Conclusioni del Consiglio sui valori e principi comuni dei sistemi sanitari dell’Unione europea un impegno preciso: universalità, equità, accesso alle cure in base al bisogno, solidarietà.
Oggi la domanda è inevitabile e anche scomoda: quei valori sono ancora una priorità reale, o stanno progressivamente diventando un riferimento solo formale?
Perché richiamarli nei documenti è relativamente facile. Garantirli ogni giorno, dentro sistemi sotto pressione, lo è molto meno.
Il rischio è concreto. Un progressivo indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, e più in generale dei sistemi europei, legato a fattori sempre più evidenti: investimenti pubblici insufficienti, carenza di personale sanitario, infrastrutture che faticano a tenere il passo con l’innovazione, e una pressione crescente di un’offerta privata sempre più competitiva.
Il risultato è un equilibrio che si sposta lentamente. Sistemi che continuano a definirsi universalistici, ma che rischiano, nel tempo, di diventare meno equi, meno accessibili, meno capaci di mantenere ciò che promettono.
E allora la questione non è solo riconoscere questi valori. È chiedersi se siamo ancora disposti a sostenerli davvero. Perché senza un sistema pubblico forte, ciò che oggi consideriamo un diritto rischia di diventare poco a poco un privilegio.
Proteggere e rafforzare il sistema sanitario pubblico non è una posizione ideologica. È una scelta di equità, di sostenibilità e, in ultima analisi, di che tipo di società vogliamo essere.
Mi scuso per questo post lungo. Ma sentivo il bisogno, e forse anche il dovere, di condividere questa riflessione, da caregiver, da una stanza d’ospedale. Il resto, quello che significa essere caregiver, è un’altra storia.
Camilla Randazzo, Weber Shandwick


